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Elisabetta Pieragostini “Serve un welfare 5.0 per ambienti di lavoro migliori e più inclusivi”
Fermo, 13 gennaio 2026 – Conciliare vita e lavoro per la donna è sempre più difficile. Secondo la Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri, nel 2024 la difficoltà maggiore è riscontrata nella conciliazione tra il lavoro e la vita privata per ragioni legate all’azienda dove si lavora (46,9%) e per le difficoltà riscontrate nell’organizzazione e nelle condizioni di lavoro.
“In un tempo di incertezza economica e di difficoltà, noi imprenditori dobbiamo realizzare piattaforme aziendali per l’inclusione sociale e per il rispetto dei diritti individuali. Occorre un Welfare 5.0 che non veda più il lavoratore come “risorsa”, ma come persona nella sua interezza alla quale destinare servizi su misura di conciliazione vita-lavoro, che vanno dalla consulenza psicologica a percorsi di formazione emotiva e comunicativa, da sistemi per prevenire stress, burnout a leadership più consapevoli, capaci di vedere oltre la performance. Le esigenze della produttività non possono essere slegate dalla necessità di costruire ambienti di lavoro equi, inclusivi e sicuri. È inutile parlare di produttività se prima non costruiamo ambienti in cui si può respirare, dove si può dire la propria opinione ed ambienti equi, inclusivi e sicuri.” Ad affermarlo è Elisabetta Pieragostini, Ceo di Dami, Presidente Sezione Accessoristi di Confindustria Fermo ed autrice della prima guida italiana contro le molestie nei luoghi di lavoro. “Le buone pratiche aziendali possono rappresentare un modello per una sorta di “Inclusion act”, una normativa nazionale volontaria in grado di introdurre una svolta decisiva nell’armonizzazione delle esigenze professionali con quelle personali nel segno della centralità della persona”. L’imprenditrice marchigiana pensa ad un provvedimento che “sulla scorta di altri casi internazionali (dai Paesi Scandinavi al Giappone, passando per il Canada), promuovano il rispetto e l’inclusione sociale come parte integrante delle politiche pubbliche”. Il riconoscimento della felicità individuale e collettiva come BES – quegli indicatori identificati dall’ISTAT che includono valutazioni sociali, culturali e ambientali e non solo economici nel definire il progresso di un Paese – spiega la Pieragostini-sarebbe la possibile condizione preliminare per ambienti di lavoro migliori.
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